In questa sezione vengono riportati tutti gli eventi e i contributi che ragionano sui dati e sulla consistenza del Grande Buco Nero che è il Porto Vecchio. A partite dall’incontro avvenuto il 2 dicembre 2019 nella Sala Giubileo, vogliamo sviluppare un discorso collettivo critico e costruttivo su tutte quelle parti della città nostre ed importanti che ci vengono giornalmente alienate o di cui semplicemente si sta perdendo la memoria.
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Trieste, 2 dicembre 2019 / Sala Giubileo
Un incontro per mantenere forte e consapevole il pensiero critico su quanto accade a Trieste, in particolare per quanto concerne la ristrutturazione urbanistica ed architettonica di spazi ed edifici di interesse pubblico. Le trasformazioni sociali ed economiche che ne deriveranno sono scommesse sul nostro futuro troppo importanti per non rendere collettivi e partecipati i processi decisionali che le determineranno.
Di questo nostro incontro vogliamo riproporre per iscritto gli interventi iniziali e le relazioni dei tavoli che ne sono conseguite. Considerate che queste ultime non sono che un riassunto di quanto detto: idee e proposte, non un’esaustiva analisi del fenomeno, ma un aire per continuare a sviluppare un discorso collettivo critico e costruttivo su tutte quelle parti della città nostre ed importanti che ci vengono giornalmente alienate o di cui semplicemente si sta perdendo la memoria.
Di seguito una breve introduzione che racconta da dove tutto è iniziato, e alcune slides e contributi che ragionano sui dati e sulla consistenza del Grande Buco Nero che è il Porto Vecchio.Ed infine idee e pensieri su alcuni dei (tanti) buchi neri che costellano il nostro territorio: una lista che a ben scorgere tra mura e zone grigie non smette di allungarsi.

Introduzione
di Giulio Lauri
Grazie a tutti e a tutte per essere presenti. A me spetta il compito di introdurre questo incontro.
Il pomeriggio di oggi si svolgerà così. In una prima parte proveremo ad analizzare la consistenza del Porto vecchio e le grandi opportunità e i grandi rischi insiti nei processi e nei progetti finalizzati al suo riuso e inserimento nel tessuto urbano della città. Lo faremo pensando sempre il Porto vecchio in rapporto con l’intera città, dal centro alle periferie, quartieri in cui sono già presenti rilevanti buchi neri e aree dismesse. Una seconda parte in cui ciascuno di voi potrà scegliere un tavolo in cui, attraverso i vostri interventi, si cominceranno a raccogliere questioni e temi da affrontare, idee e proposte progettuali, contributi e spunti di riflessione.
L’incontro è promosso dal Tavolo Qualità dell’ambiente urbano e Porto vecchio, nato dentro al percorso di Un’altra città e attivo dal maggio scorso. Il Tavolo è composto da cittadini, esponenti di associazioni e professionisti e si riunisce un paio di volte al mese.
Un’altra città nasce nel novembre del 2018. Non è un bel momento per la vita della nostra comunità. Sono i giorni in cui Trieste è spesso nelle cronache nazionali e a volte anche nelle rassegne della stampa estera. Il problema è che non si parla di Trieste per le sue eccellenze e per le potenzialità che potrebbero essere coltivate in questa stagione di opportunità non ordinarie: l’aumento dei traffici portuali, le ricadute del sistema dell’alta formazione e della ricerca sull’economia della città, la cultura, i modelli innovativi di welfare, le politiche di accoglienza diffusa dei migranti. Si parla di Trieste per i regolamenti di polizia urbana, i raduni neofascisti e le azioni delle istituzioni contro i migranti e contro le persone povere che dormono per strada.
Attraverso la sottoscrizione di un appello da parte di decine e decine di persone che operano a Trieste in contesti diversi, Un’altra città nasce per mettere in rete cittadini, associazioni, gruppi di interesse – microcosmi, per usare le parole di Claudio Magris – che decidono di lavorare insieme per promuovere un’altra idea di città e favorire e progettare processi di cambiamento.
Dentro Un’altra città si sono costituiti diversi Tavoli di lavoro:
- un Tavolo che, a partire dalla questione dei migranti, vuole promuovere un’idea più ampia e altra di sicurezza;
- un Tavolo sulla condizione sociale delle periferie;
- un Tavolo sulla sanità e sulla salute;
- un Tavolo sulla giustizia ambientale e sociale;
- un Tavolo, appunto sulla qualità dell’ambiente urbano e il Porto vecchio.
La domanda da cui parte il Tavolo sul Porto vecchio è: perché, a sei anni dalla sdemanializzazione, si parla ancora così poco del futuro del Porto vecchio, probabilmente il più importante e grande fronte mare da riqualificare nel tessuto urbano di una città europea, dal momento che la sua trasformazione avrà delle ricadute importantissime su molteplici aspetti della vita della città e dei suoi abitanti, per quanto riguarda l’economia, la demografia, l’occupazione, la mobilità, il modello del turismo, la sostenibilità e in generale, la qualità della vita di tutti? E come si fa a spostare la discussione pubblica dalla continua individuazione di nemici e capri espiatori, ai temi strategici per il futuro della città? E qual è il luogo in cui un cittadino e una cittadina di Trieste possono conoscere e approfondire idee, processi, progetti che riguardano il futuro del Porto vecchio e dell’intera città?
Nonostante siano passati ormai sei anni, sullo sviluppo del Porto vecchio non siamo all’anno zero, è vero. I governi precedenti hanno stanziato i primi 50 milioni di euro per la valorizzazione del suo grande patrimonio culturale, e grazie a Esof la trasformazione del Porto vecchio è cominciata. Il Comune di Trieste, per parte sua, ha approvato delle prime linee guida in cui comincia a tracciare un percorso per il riutilizzo del Porto vecchio delineando i primi contorni della Società di gestione che governerà il processo di trasformazione, ma sul futuro del Porto vecchio non è ancora iniziato né un vero confronto pubblico con portatori di interesse, né soprattutto sono stati mai coinvolti la città, i suoi abitanti, il suo sapere sociale, le sue esperienzialità più avanzate nel campo dell’innovazione sociale e della ricerca.
Quello che vogliamo cominciare a dire con questa prima iniziativa di oggi, che segna l’inizio di un percorso che continuerà con altri appuntamenti fin dai prossimi mesi, è che per Trieste il Porto vecchio deve essere un’impresa collettiva, in cui certamente alle istituzioni spetta il compito del governo dei processi, ma in cui i cittadini possano conoscere, proporre, valutare e aiutare a decidere. La serata di oggi vuole essere l’avvio di questo percorso.
Alcune slides che ragionano sui dati
Di Gianfranco Depinguente
Gli spazi e la popolazione
Di William Starc
Trieste, a partire dalla proclamazione del Porto Franco, ha avuto uno grande sviluppo economico al quale ha corrisposto sia un consistente incremento demografico che una notevole espansione della città.
Situazione demografica
Il declino demografico è incominciato a partire dalla fine degli anni ’60 e nel corso del tempo è stato conseguenza di una serie di cause:
- il progressivo declino delle attività industriali con conseguente riduzione dei livelli occupazionali;
- la crisi del commercio al dettaglio con il venir meno degli acquirenti dei paesi dell’Est;
- il trasferimento di residenti a Trieste nell’Isontino per la differenza di costo delle abitazioni;
- il trasferimento di residenti a Trieste nella vicina Slovenia, una volta caduti i confini, per la differenza di costo delle abitazioni;
- il trasferimento di giovani triestini in altre parti d’Italia o all’estero per la ricerca del lavoro;
- un saldo negativo tra nascite e morti, non compensato da quello tra immigrati ed emigrati.
Conseguenza di questa situazione sono il progressivo invecchiamento della popolazione residente e la rilevante presenza di famiglie mononucleari in quanto non vi è crescita demografica.
Capacità insediativa dei Piani regolatori del Comune di Trieste
Il ridimensionamento della capacità insediativa del piano regolatore tra il 1969 e il 2015 è pari a 326.318 abitanti teorici; la ragione di tale differenza non è dovuta allo stralcio di aree edificabili ma ad una revisione degli indici di fabbricabilità territoriale e ad un più preciso conteggio degli elementi che concorrono a questo calcolo, grazie alle nuove tecnologie a disposizione.
A fronte del calo demografico e di un consistente patrimonio edilizio residenziale pubblico e privato sottoutilizzato e/o vuoto, il Piano regolatore vigente consente la realizzazione di ulteriori volumi non solo nelle aree residenziali private ma pure in quelle di proprietà pubblica, aumentando l’offerta di aree edificabili e di ulteriore consumo di suolo.
Volumi aggiuntivi previsti da PRGC
I volumi da realizzare nelle aree, ora pubbliche, destinate alla Grande Trasformazione riguardano, per citarne le più significative, i seguenti ambiti:
- Campo Marzio mercato ortofrutticolo;
- Montebello ex fiera;
- Banne ex caserma Monte Cimone;
- Via Rossetti ex caserma Vittorio Emanuele.
Inoltre a seguito della sdemanializzazione del Porto vecchio vi sono a disposizione ulteriori volumi da riqualificare per complessivi mc. 1.000.000.
L’immissione sul mercato edilizio di tutti questi beni pubblici, in un contesto socioeconomico sofferente per la perdurante crisi demografica ed occupazionale e alla sovrabbondanza di immobili vuoti nel territorio comunale, comporta un’alterazione del valore delle aree e degli immobili che su esse insistono. A riprova di ciò basta ricordare che, per importanti immobili pubblici, come palazzo Carciottim e la ex sede delle Ferrovie, in mancanza di acquirenti, si procede con aste nelle quali gli stessi vengono riproposti sul mercato con continui ribassi, svilendo il loro potenziale valore. Inoltre il non perseguire azioni mirate che consentano l’arresto del degrado, dovuto al loro attuale abbandono, con minimi interventi di manutenzione volti a consentirne in via temporanea l’ utilizzo, accentua la loro progressiva perdita di valore.
Il passaggio dalla proprietà pubblica a quella privata di tutte queste importanti aree ed immobili, per la loro storia, per il loro posizionamento in zone strategiche ai fini della riqualificazione della città, per i consistenti volumi in esse ricompresi, rischia di depauperare la collettività consentendo operazioni speculative nel breve periodo e pregiudicando la possibilità di costruire un progetto a largo respiro di questo territorio. Subordinare la eventuale loro alienazione e trasformazione solo in presenza di un cambiamento in positivo degli indici socio economici che misurano lo stato di salute della comunità locale, diventa fondamentale per tutelare i beni pubblici.
Bisogna essere capaci di promuovere azioni di riqualificazione attraverso il recupero del consistente patrimonio edilizio esistente, usando le proprietà pubbliche come volani per la sperimentazione innovativa delle nuove tecnologie e incremento dell’occupazione, strutturando una filiera ricerca – produzione – formazione di professionalità adatte a questa impresa, valorizzando le eccellenze oggi presenti sul territorio e richiamandone altre. Questa deve essere la sfida che consente il rilancio della città in un contesto internazionale, ricordando che nell’immediato intorno sovranazionale ci sono realtà urbane che continuano a crescere sia dal punto di vista demografico che economico inserite in un sistema relazionale utile a vincere le sfide della globalizzazione. Offrire opportunità a chi vuole misurarsi su una prospettiva di medio-lungo periodo, in modo da consentire lo sviluppo armonico delle risorse potenziali in loco e attrarne di nuove, comprendendo che solo con una visione che esce dal nostro provincialismo si potrà affrontare un futuro di progresso.

Gruppo Tematico
In seguito, i titoli e i riassunti dei tavoli che sono stati il vero catalizzatore di idee e opinini su quanto oggi concerna e gravita attorno al futuro del Porto vecchio e conseguentemente della città:
- Consorzio di gestione, aspetti finanziari
- Mobilità e accessibilità
- Spazi pubblici e verdi, usi temporanei
- Turismo sostenibile
- Ecosistema della ricerca e terza missione
- Occupazione e manifattura urbana- Sostenibilità ecologica, economia circolare
- Dimensione europea-d’area vasta
- Cultura, arte, musica
I Buchi Neri
Di Roberto Dambrosi
Abbiamo definito i Buchi Neri all’interno del tessuto urbano o del territorio delle città: le aree dismesse o abbandonate, gli edifici vuoti in attesa di riuso o della vendita, i luoghi della produzione che si sono riconvertiti, gli spazi verdi incolti.
La città di Trieste, data la sua storia di alterni e rapidi sviluppi, risulta piena di Buchi Neri tra i quali il più grande e complicato da definire e riprogettare è senz’altro il Porto Vecchio, che si trova proprio al centro della città con una superficie di circa 61 ha (610.000 mq), ma a Trieste c’è anche un altro Porto Vecchio diffuso composto da decine di grandi e piccoli Buchi Neri sparpagliati su tutto il territorio comunale; questa ricerca ne indaga circa novanta (90) per una superficie totale di circa 85 (850.000 mq).
Un’altra città è andata a cercare questi luoghi dell’abbandono: li ha confrontati con il Piano Regolatore, fotografati, misurati, descritti e alla fine ha cercato di individuare le cause delle patologie urbane che ne hanno determinato il degrado, per poi concludere con una proposta aperta ai suggerimenti che possono pervenire da un confronto con le parti sociali e i cittadini.
L’indagine attraversa le sette circoscrizioni rionali che compongono il Comune di Trieste, organizza i Buchi Neri per tipologia (edifici, rovine, aree verdi…) li suddivide tra proprietà pubblica e privata e alla fine li quantifica in modo da individuare le cause fondanti delle contraddizioni che li determinano.
Ecco i fattori a cui ci si è riferiti con maggior attenzione:
– la crisi del mercato edilizio;
– la crisi demografica;
– la crisi dei settori produttivi determinata dal cambio delle tecnologie da quelle tradizionali a quelle informatiche;
– la capacità della Pubblica Amministrazione nel gestire degli aspetti tecnico-burocratici dei fenomeni urbani;
– la qualità dei futuri piani urbanistici da produrre e da saper gestire;
– la qualità della politica nel definire le metodologie di confronto con le parti sociali e con i residenti al fine di realizzare progetti che abbiano come fine il bene comune piuttosto che la ricerca di un momentaneo riscontro a vantaggio di posizioni di parte.











